Innescare la rinascita italiana II - Il coraggio di affrontare la realtà

In altre parole: nessuna rimonta nazionale senza un’efficace azione sulla realtà! E, infatti, se confrontati i numeri del nostro paese con quelli di altri paesi più evoluti in termini economici, si nota subito che la posizione dell’Italia rimane invariata, anche se a livello nazionale nettamente migliorata rispetto al passato …

I numeri parlano chiaro: abbiamo un’economia in parte incapace - ed in parte impossibilitata da eccessivi ed ottusi regolamenti - di tenere testa alla concorrenza internazionale, abbiamo inoltre l’immutabilità di uno stato che - capitanato da tempo immemorabile da una classe dirigente e burocratica assai poco colta - non è in grado di fare progressi reali ed infine abbiamo una popolazione che - essendo rimasta ancorata al bisogno istintivo di proteggere i propri valori falsati dall’irrazionalità - non riesce a fornire al paese le risorse necessarie per capire ed infine affrontare il mondo di oggi.

Queste le debolezze del nostro paese, insuperabili ostacoli se vi si aggiunge anche l’immenso debito pubblico italiano accumulato in passato, nonché la restrizione imposta dalla Comunità Europea al nostro paese, ovvero quella di mantenere il rapporto deficit / PIL al di sotto del 3%. In altre parole: da una parte diventa impossibile alimentare un nostro deficit culturale ed economico con sempre nuovi debiti, ma dall’altra non siamo neppure più in grado di poter compiere investimenti atti a produrre del progresso, nemmeno aumentando le imposte poiché anche in questo caso ormai già abbondantemente superata la soglia della sostenibilità.

Un vero dilemma quindi, la festa è finita in quanto venuto a meno l’antidoto di sempre: rompere il termometro per non misurare la febbre. Non rimane altro che assistere al declino del paese o altrimenti regolarsi efficacemente nell’azione, ovvero: problem solving è il termine inglese che meglio indica l’insieme di certe operazioni che un individuo deve compiere se vuole risolvere e superare qualsiasi problema di ordine pratico, il che in termine paese non altro può significare che imparare a focalizzare, analizzare ed infine risolvere sistematicamente - in un’ottica non solo nazionale bensì globale - un problema dopo l’altro.

Un’impresa ardua questa, oltretutto assai ambiziosa, che consiste nell’esaminare attentamente e con la dovuta umiltà - poiché bisognerà imparare a riprendere per lo più temi studiati e messi in pratica con maggior successo da altri paesi - se gli errori di ragionamento del nostro passato e presente possono essere evitati tramite una adeguata autocritica ed autocorrezione, il che nel nostro paese di conseguenza significa per prima cosa: sostituire una nostra visione dell’intelligenza di tipo scolastico con una più ampia, meno autoreferenziale e quindi volta ad ottenere il massimo risultato con il minimo sforzo.

In pratica si tratta di superare un pregiudizio largamente diffuso nella nostra penisola, ossia di operare una sorta di tabula rasa, fare una netta distinzione tra il livello culturale e la capacità intellettiva di una persona: chi possiede una maggiore scolarità non è necessariamente più intelligente di chi possiede una bassa scolarità, poiché l’intelligenza è in primo luogo la capacità di ragionare, apprendere ed infine risolvere problemi. L’esito finale diventa di conseguenza il nuovo parametro di misura, il criterio di giudizio per valutare l’intelligenza pratica alla base di ogni azione individuale o collettiva.

Ma sostituire una nostra errata visione dell’intelligenza, non è cosa di poco conto, poiché, da noi in Italia, la facoltà intellettiva non è mai stata l’elemento fondante per ottenere risultati buoni, bensì semplice riflessione priva di pretesa di veridicità, e di conseguenza non soggetta agli stessi parametri di misura o verifica vigenti in paesi più evoluti del nostro. Questa differenza sostanziale - l’atto con cui si verifica se un’affermazione è vera o no - non è di poco conto, poiché nella versione italiana viene escluso qualunque elemento che serve a confermare un’affermazione o a dimostrare la realtà di un fatto.

Ne deriva che la meritocrazia da noi non fa perciò parte di una concezione culturale che prevede e attribuisce riconoscimenti unicamente in conformità a criteri di merito. Mentre la mole che ha fatto scattare il divario tra - il successo di altri ed un nostro perenne insuccesso - è proprio il motivare - con argomenti validi, tra cui conseguire il bene - al merito: la qualità o azione che costituisce un giusto motivo di stima. Ed è - semmai - proprio questa nostra carenza, la scarsa stima per il merito, a produrre quel senso di ingiustizia, che ha il sapore di una punizione e che quindi priva di stimoli all’azione i nostri studenti.

Ed è proprio per questo motivo - l’escludere il merito, la conoscenza, l’esperienza che si basa sui fatti - che la stessa scuola italiana non riesce a migliorarsi, confermandosi così fanalino di coda dell’Unione Europea e tra i peggiori sistemi istruttivi a livello dei paesi Ocse, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico: un risultato questo, ancora più pesante, se si considera che l’Italia è uno dei paesi al mondo con la spesa per studente più alta dopo Austria, Svizzera e Stati Uniti. Spendiamo addirittura il 50 per cento in più della Germania, che però ci batte sistematicamente in tutte le materie.

E, infatti: la scarsa se non addirittura inesistente qualità dei processi selettivi - che ha determinato (non solo, ma anche) la scelta delle élite italiane in campo politico, militare, scientifico e culturale - rappresenta storicamente e tuttora l’ostacolo principale allo sviluppo del paese, può quindi essere vista come la cartina di tornasole di tutta l’esperienza italiana dai tempi dell’Unità nazionale ad oggi, avendo i soggetti selezionati in prevalenza contribuito nei loro rispettivi settori d’attività - sia in campo nazionale che internazionale - ad un’incredibile ed incessante serie d’umilianti sconfitte.

Ed è tale l’elenco di brucianti sconfitte ed umiliazioni - non solo sul piano militare, ideologico o istruttivo - da poter oggi con sicurezza sostenere che l’intellettualità italiana - ovviamente salvo qualche rarissima eccezione - non è mai esistita se non come una chimera di pessimo gusto. Qualcuno potrebbe forse obiettare, poiché mi si dirà che di intellettuali scadenti fino a rasentare l’infermità mentale ne hanno avuti tutti i paesi, solo che noi italiani siamo in effetti - sempre l’esperienza italiana dall’Unità nazionale ad oggi alla mano - i detentori di un poco invidiabile primato in questo settore.

Tutto ciò è stato possibile poiché l’emarginazione della ragione - l’opporsi ai meccanismi di selezione competitiva - è stata per secoli lo strumento primario di autodifesa per eccellenza, la risposta - popolare e non solo elitaria - al merito, che ha fatto emigrare i migliori in altre terre, impoverendo così la nazione non solo culturalmente ma anche economicamente. L’emarginazione del merito è un fenomeno che in una società avversa alla ragione riguarda tutti quelli che non si apprestano ad assecondare l’opinione corrente, ossia a premiare i peggiori per semplice interesse personale o anche solo per eludere un dovere.

Quindi dobbiamo iniziare a capire: nessuna efficacia senza razionalità, fin qui tutto chiaro, anzi lo è sempre stato, il problema adesso sta però nel mettere in pratica, se possibile - vista anche l’urgenza - in tempo reale, questo processo atto a ribaltare la situazione odierna - ovvero la causa di questa situazione difficile da cui non si sa più come uscire - poiché il problema principale consiste nello smuovere alla base la corrente culturale dominante in Italia, che in passato come nel presente si è sempre mostrata assai efficace nell’opporsi ai meccanismi di selezione competitiva.

Ma a cosa serve continuare a percorrere sempre la stessa strada, quando la stessa non ha mai portato al successo? A cosa serve definirsi buoni o intelligenti se poi non si riesce a produrre il risultato desiderato? A cosa serve quindi non chiamare per nome questa realtà dei fatti? Non serve a niente, poiché alla fine - numeri alla mano - dovremo essere pronti ad ammettere i nostri errori, a riconoscere la realtà, ossia la situazione reale: in altre parole ammettere che non abbiamo lavorato abbastanza bene. Ma per fare questo passo decisivo ci vuole del coraggio, il coraggio di affrontare la realtà …

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Questo articolo è stato pubblicato Domenica, 30 Marzo 2008 alle 10:47 e classificato in Risorse. Puoi seguire i commenti a questo articolo tramite il feed RSS 2.0. Puoi inviare un commento, o fare un trackback dal tuo sito.

4 Commenti a “Innescare la rinascita italiana II - Il coraggio di affrontare la realtà”

  1. Laura scrive:

    La mia opinione è che il percorso che ognuno potrebbe intraprendere è un percorso di analisi, che parte prima di tutto dall’analisi interiore del sè.

    Ci si deve liberare delle proprie contraddizioni, ma prima di tutto saperle individuare in sè stessi prima ancora che negli altri, se si fa quotidianamente un’azione di pulizia dentro sè stessi, se ogni azione viene sottoposta ai nostri principi, anche se faremo qualcosa che non è in linea con essi ci sarà sempre una vocina che dentro busserà, possiamo rimuoverla, possiamo non interrogare quella vocina di dentro ma sarebbe uno sbaglio, e poi chi veramente cerca di sforzarsi di essere coerente con i propri principi la sentirà, si interrogherà su cosa è che stona.

    Per fare questo bisogna tenere sempre aperta la propria visione delle cose, non essere mai certi, mettere in discussione le proprie convinzioni con chi ci critica, con chi ha un’opinione diversa, se lo sa fare seguendo un filo logico, lasciare aperta la possibilità di rivedere le proprie posizioni, sapersi interrogare veramente dentro con la massima sincerità e la massima chiarezza.

    Si deve essere molto forti per fare questo, e bisogna esserlo stati da sempre, per rimuovere le sovrastrutture che ci affaticano e ci impediscono di smettere di soffrire, ma è un percorso personale al quale ci si arriva solo se lo si vuole veramente, perchè è doloroso distruggere le proprie certezze, buttare giù i pezzi della propria identità malata, si fa solo se si è convinti, e forti.

  2. Hugo Kolion scrive:

    Ciao Laura

    Bellissime le tue parole, ed è ancora più bello sapere che ci sono persone al mondo che come te hanno stampato nel dna questo sano principio. Un mio amico tempo fa mi disse: “altri purtroppo si comportano come fogli di carta in una tipografia … quello che a loro viene stampato addosso sarà la loro unica e indiscutibile verità” …

    Aggiungendo poi: “è meglio aver coscienza della propria paura che paura della propria coscienza” …

    Ma questo per molti, purtroppo, è solo un gioco simpatico di parole. Ciao e a rileggerti. Hugo.

  3. GINO SERIO scrive:

    A Laura

    “Sono le nostre croci a renderci forti ….. sono le sofferenze a renderci un uomini”

    Non può essere altrimenti .

  4. GINO SERIO scrive:

    Mi è scappato quel “UN” in più e non so manco io il perchè :-))) .

    sorry

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