Innescare la rinascita italiana I - Una sfida radicale al senso comune

Spesso mi sono chiesto cosa sia veramente l’intelligenza umana. Le definizioni correnti ci dicono che sia la facoltà intellettiva propria dell’uomo, la capacità di comprendere, di intendere a fondo una cosa. Ebbene, se l’intelligenza in senso concreto non è altro che la capacità di ragionare, apprendere e risolvere problemi, allora è anche misurabile a partire dall’esito finale …

La riflessione di Machiavelli a riguardo: … e perché sono di tre generazione cervelli, l’uno intende da sé, l’altro discerne quello che altri intende, el terzo non intende né sé né altri, quel primo è eccellentissimo, el secondo eccellente, el terzo inutile …

L’esito finale diventa di conseguenza il parametro di misura, il criterio di giudizio per valutare l’intelligenza dell’uomo alla base di ogni sua azione, che a sua volta - simile ad una operazione matematica - è l’insieme di atti volti ad un determinato fine. L’operazione matematica - per quanto possa essere complessa - ha però l’indubbio vantaggio di evitare qualsiasi equivoco o ambiguità che potrebbe derivare dall’uso di espressioni del linguaggio comune.

Parmenide fu il primo a sostenere la superiorità dell’interpretazione razionale della realtà a scapito dell’interpretazione soggettiva dei sensi, la quale avrebbe falsato l’oggettività del giudizio. La filosofia di Parmenide rappresenta perciò una sfida radicale al senso comune: se davvero vogliamo rimanere entro il sentiero della verità, dobbiamo affidarci solamente alla ragione, se quindi vi è un contrasto tra verità sensibile e verità di ragione, la verità è quella fondata sulla ragione.

La metodologia di Parmenide consiste di conseguenza nella determinazione della verità in contrasto con l’opinione e lo strumento atto a conoscere, e infine a conseguire la verità, è quindi il ragionamento: il puro procedimento logico che si esprime in un linguaggio esatto, mentre l’opinione si costruisce sul riferimento immediato ai dati della sensibilità, dal quale poi inevitabilmente scaturisce una conoscenza più limitata nonché una relativa espressione linguistica contraddittoria.

Qualsiasi procedura logica esige quindi - per tornare al titolo del post attuale - come condizione primaria per una buona riuscita una sfida radicale al senso comune, ovvero in questo caso - e visti i nostri bilanci nazionali tutt’altro che lusinghieri - la capacità di autocritica per poi procedere all’autocorrezione: in caso contrario si otterrà il solito procedere anomalo che si fonda su ragioni o ragionamenti non validi, e di conseguenza anche un esito finale in tal senso, ossia meno favorevole.

Dal momento che tenteremo - all’infuori ovviamente di una reale e grave menomazione mentale o fisica - di fare valere un’altra ragione per giustificare un nostro comportamento negativo, avremo inoltre sostenuto un’affermazione assurda poiché contraria alla realtà dei fatti e perciò non accettabile. Il solo tentativo di fare passare - in mancanza di una menomazione effettiva - per vera una cosa che non lo è, equivale perciò ad una sorta di raggiro, il che poi implica necessariamente una malafede, la consapevolezza di frodare e mentire.

L’atto per trarsi da questo impaccio - ovvero a far sembrare giusto o legittimo ciò che non lo è, o anche solo il voler produrre un effetto positivo senza una specifica azione positiva alla base - è infatti da secoli l’unico vero problema di fondo del nostro paese. Ciò che però più colpisce - che spiega il protrarsi del fenomeno nei secoli - è la totale assenza del pur minimo dubbio di agire in modo ingiusto e disonesto, ossia in netto contrasto con le regole etico-sociali di lealtà e di correttezza.

Non può quindi - visto la persistenza secolare del sopracitato fenomeno - nemmeno più sorprendere quel diffuso pregiudizio in Italia, che vuole la stupidità come semplice e l’intelligenza come assai articolata, complicata, poiché di solito è vero l’opposto, essendo infatti - nelle pratiche del lavoro o nelle piccole esperienze quotidiane nonché nei progressi conseguiti dall’umanità in campo filosofico, scientifico e culturale - le soluzioni più efficaci anche quasi sempre le più semplici e chiare da comprendere.

E, di fatto, gli esiti - prevalentemente negativi del nostro paese sia in campo nazionale che internazionale - confermano piuttosto l’azione negativa o l’errata mentalità che ne sta alla base: non è perciò un caso che la quotidianità italiana assomigli piuttosto ad un continuo girovagare senza sosta, ad un contorcersi intorno a delle assunzioni, ipotesi e simili. Il tutto ovviamente per evitare o rimandare tutto ciò che alla fine si evidenzierà puntualmente come l’affermazione dell’assurdo.

Mentre l’efficienza, il massimo vantaggio ottenibile da certe risorse o tecniche, ossia la capacità di produrre il massimo risultato con il minimo sforzo, presuppone esattamente il contrario: intelligenza reale, vale a dire la capacità intellettiva oltre che la disposizione generica della volontà, accompagnata da una ferma determinazione a conseguire lo scopo, la rimozione del problema. Tutto dipende perciò nel capire che senza buona volontà non vi sarà mai nulla di buono.

Innescare quindi la rinascita italiana non altro può significare che invertire la rotta con una prima ed efficace azione sulla realtà, una sfida radicale al senso comune, ovvero abbandonare definitivamente il voler avere solo ragione anziché ragionare, poiché se un problema permane non è altro che il risultato di una mancata capacità nel rimuoverlo, il che in termini chiari significa che a noi italiani nel complesso - e visti i problemi rimasti irrisolti - finora è mancata semplicemente la capacità di comprendere e intendere a fondo una cosa.

Roma - Trastevere

E, infatti, chi non avendo una grave menomazione mentale menziona di continuo i fattacci nazionali e nel contempo non ammette l’esito negativo dovuto proprio a questo procedere senza logica, ovvero il continuare a discutere sul da farsi anziché darsi da fare, può ancora reputarsi intelligente e onesto? Ma senza intelligenza e onestà si può migliorare? L’intelligenza non è l’elemento fondante per ottenere risultati buoni, senza il quale la nostra facoltà intellettiva diventa mito, o semplice riflessione priva di pretesa di veridicità?

Roma .- Sempre Trastevere

E qui il cerchio - visti i bilanci nazionali, i risultati conseguiti dai tempi dell’unità nazionale ad oggi - si chiude, di nuovo e non a caso con le famose parole di Machiavelli: … e perché sono di tre generazione cervelli, l’uno intende da sé, l’altro discerne quello che altri intende, el terzo non intende né sé né altri, quel primo è eccellentissimo, el secondo eccellente, el terzo inutile …

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Questo articolo è stato pubblicato Martedì, 25 Marzo 2008 alle 11:22 e classificato in Risorse. Puoi seguire i commenti a questo articolo tramite il feed RSS 2.0. Puoi inviare un commento, o fare un trackback dal tuo sito.

34 Commenti a “Innescare la rinascita italiana I - Una sfida radicale al senso comune”

  1. giosby scrive:

    Intendere non è sufficiente per promuovere il cambiamento.
    La leva che può realmente cambiare è la comunicazione.
    Senza la capacità di comunicare la migliore intelligenza rimane un contenitore vuoto e inutile.
    Purtroppo troppo spesso chi può comunicare a molte persone nella nostra società o possiede una intelligenza debole, cioè miope, o usa la propria intelligenza soltanto e soprattutto per trarne vantaggi personali, per prevalere sul prossimo, e pertanto, al pari dei precedenti deboli, è altrettanto miope.
    Intelligenza + comunicazione. E comunicazione semplice, chiara, accessibile a tutti.
    La chiave del successo di qualunque iniziativa!
    O no?
    :-)

  2. Hugo Kolion scrive:

    Ciao Giosby

    Comunicare è utile per diffondere conoscenza, ma poi sta all’individuo regolarsi efficacemente nell’azione, ovvero sviluppare la capacità di ragionare (seguendo un certo filo logico, quindi non lasciarsi influenzare dalla passione o dal sentimento nel prendere in esame un problema, o un’opinione altrui, o nel difendere un proprio convincimento), apprendere e risolvere problemi.

    L’apprendere senza volontà quindi impossibile: tutto dipende perciò nel capire che senza buona volontà (facoltà di decidere consapevolmente il proprio comportamento per raggiungere un determinato fine) non vi sarà mai nulla di buono.

    Quindi - tornando all’esempio paese, e visti i numeri nazionali - non vi sono deleghe di responsabilità ad altri: l’esito finale rimane in ogni caso il parametro di misura, il criterio di giudizio per valutare l’intelligenza dell’individuo alla base di ogni sua azione.

    E siccome un paese non è altro che l’insieme che risulta dall’unione di più individui che lo compongono, l’andamento - il parametro di misura - quindi lo specchio del comportamento tutto sommato.

  3. giosby scrive:

    Ciao Hugo!
    La comunicazione non è utile SOLTANTO per diffondere conoscenza. Altrimenti per insegnare qualcosa basterebbe ascoltare un disco, una registrazione di dati.
    Invece il buon insegnante appassiona i suoi allievi!
    La comunicazione emotiva è un linguaggio che permette la condivisione di sentimenti profondi.
    Colui o colei che non hanno ricevuto amore, che temono di non essere amati, ben difficilmente potranno essere ricettivi all’apprendimento, poiché i loro sensi saranno tutti tesi ad appagare le loro carenze affettive.
    Il concetto di base è questo, chiedo scusa se espresso in modo grossolano.
    Pertanto non può esserci comunicazione efficace, intelligente, in assenza di sentimento, poiché laddove l’ANESTESIA del SENTIMENTO ha la prevalenza, non esiste lo spazio e la serenità sufficiente per poter realmente comunicare.
    Pertanto non si tratta di andare a caccia di streghe piene di cattiva volontà, ma di rimuovere le cause che hanno determinato il fenomeno, ovvero il concetto sociale che ha come meta non il benessere , per esempio, ma la ricchezza.
    E’ un discorso complesso.
    Non si tratta di cercare colpevoli, ma di aiutare le vittime a riprendere coscienza di un benessere di fondo che ognuno di noi possiede e che risiede nella capacità di amare poiché si è (o si é stati) amati.
    O no?
    :-)
    P.S.
    piccoli detti:
    datemi una leva e vi solleverò il mondo
    tira più un pelo di figa di un carro di buoi
    (nel pelo di figa c’è da intendere tutta la forza dell’amore… o no?)

  4. Hugo Kolion scrive:

    Ciao Giosby

    Non condivido affatto il tuo punto di vista, che in sostanza vuole a priori la giustificazione per ogni mancato impegno individuale nel risolvere un determinato problema. L’assenza o presenza di affetto, peraltro, non è mai stata messa in discussione, ma va detto che laddove il successo individuale o collettivo è maggiore che il nostro, l’affetto è assente o presente più o meno come da noi. Quindi, non è affatto una giustificazione per un minor - o una spiegazione per un maggior - successo. Idem per il discorso ricchezza: il benessere materiale, che coniugato a modo con il concetto sociale può certamente contribuire a maggior benessere. Ma anche qui, sono i paesi più ricchi ad aver conseguito tale primato. Semmai la mole che ha fatto scattare questa differenza è il motivare (datemi una leva e vi solleverò il mondo) - con argomenti validi, tra cui conseguire il bene - al merito: la qualità o azione che costituisce un giusto motivo di stima. E la stima - che si ha di una persona per i suoi pregi particolari - da quelle parti non è un regalo o diritto, va conquistata passo per passo con determinate azioni e meno proclamando solo delle buone intenzioni.

    Aggiungo: mentre da noi in Italia, la facoltà intellettiva non è mai stata l’elemento fondante per ottenere risultati buoni, bensì semplice riflessione priva di pretesa di veridicità, e di conseguenza non soggetta agli stessi parametri di misura o verifica vigenti in paesi più evoluti del nostro. Ne deriva che la meritocrazia da noi non fa quindi parte di una concezione culturale che prevede e attribuisce riconoscimenti unicamente sulla base di criteri di merito. Ed è - semmai - proprio questa carenza, la scarsa stima, a produrre quel senso di ingiustizia, che ha il sapore di una punizione, di mancato affetto. Pensiamoci.

  5. giosby scrive:

    Caro Hugo,

    (caro in tutti i sensi, da caro in senso affettivo, a caro nel senso di prezioso, ma anche costoso, poiché dialogare con te richiede molto tempo prezioso…)
    Tu confondi una ricerca della causa con una giustificazione. Sono cose ben diverse, e con diverse utilità.
    Infatti: se trovo la causa di un evento posso modificarla, ma se trovo un colpevole posso rimuovere il colpevole, e diventare magari un assassino, a secondo della gravità della colpa, della legge e della pena da infliggere, ma non per questo eliminare il problema, laddove la medesima causa contribuirà a formare un individuo simile.
    A che serve giudicare e condannare se poi non possiamo cambiare? Oppure il solo mezzo per cambiare è la guerra?
    Colui che non risolve realmente un problema ne ha dei vantaggi o è condannato all’incapacità e all’infelicità?
    Può essere aiutato o va soltanto condannato?
    e la condanna che vantaggio porta alla società?
    Io non voglio giustificare niente! E non voglio condannare niente! Vorrei capire!
    Chi fa il cosiddetto “male” non ne ha vantaggi perché paga a livello personale a caro prezzo il suo operato!
    Un altro appunto: le generalizzazioni!
    L’Italia è composta da qualche decina di milioni di persone! Non è un poco pretenzioso parlare dell’Italia in poche righe! Fare grandi affermazioni sull’Italia, gli italiani, il carattere nazionale e tutto quanto? Mi dirai: “sono i numeri che parlano…etc etc”
    Ma perché mai cercare di occuparsi di un mega problema, come l’Italia, che ha bisogno di tante teste unite per lavorare insieme, e non pensare invece di affrontare un piccolo problema semplice, come, per esempio, la costruzione di un bel sito che dia spazio ai problemi grandi e piccoli di ognuno di noi?
    Ma come si fa ad organizzarsi realmente per condividere anche con te, caro Hugo, uno spazio che non sia solo virtuale, ma concreto fatto anche di grida e di sorrisi, di giochi e di pacche sulle spalle.
    Questo è il rapporto umano. Svuotarlo di questi componenti significa anche perdere il gusto della comunicazione a 5 sensi!
    O no?
    :-)

  6. Hugo Kolion scrive:

    Ciao Giosby

    Giustamente dici che bisogna prima individuare la causa per poi risolvere un problema, ma analizzare non basta, ci vuole poi anche il coraggio di chiamare per nome questa realtà dei fatti.

    Riguardo alle generalizzazioni (ovvero trasformare un’eccezione in una regola): qui invece - visto il topic - stiamo parlando di un andamento generale (regola) e non di singoli individui (eccezione). Sei libero di occuparti di eccezioni o altro, a me invece interessa il discorso paese come intero (regola) e non solo in parte (eccezione).

    Riguardo alla pretenziosità: se menzionare i numeri di un paese equivale ad essere pretenziosi, ebbene, allora che ci stanno a fare certi bilanci? Direi che hanno uno scopo primario, permettono di confrontarci con la realtà. Perché mai? Per non essere pretenziosi, per non nutrire un’esagerata stima delle proprie qualità nonostante fatti contrari (i bilanci) alla mano !

    Quindi niente sentenze né condanne, solo un’analisi dello stato presente delle cose, per infine capire meglio il perché rompere il termometro per non misurare la febbre alla fine non serve a niente.

    Infine: non è affatto vero che chi fa il cosiddetto male non ne ha vantaggi oltre che a pagare a caro prezzo il suo operato, altrimenti sai spiegarmi - tanto per fare un esempio - il perché qui in Italia il comportamento deplorevole a volte può portare alle cariche più alte dello Stato?

  7. giosby scrive:

    O Hugo!
    Quando si parla di un deficit affettivo (reale o fantasmatico) si parla di una situazione che è piuttosto generalizzata, purtroppo.
    I numeri reali possono avere molteplici cause. Pretendere di averle individuate come fai tu mi sembra un poco pretenzioso. Individuare un carattere “nazionale” ai confini con il razzismo.
    Quanto all’ultima frase, il mito delle alte cariche statali come posizioni di tutto comodo, è tutto da dimostrare.
    C’è chi pensa che ognuno faccia i conti soltanto con il proprio Karma, e, per quanto non sia la mia opinione, non è comunque meno valida di chi crede che una alta carica statale o le grandi ricchezze siano il segreto della felicità.
    Perché mai allora persone di successo e grandi ricchi a volte si suicidano?
    Piuttosto la cosa importante , che fa la differenza, possono essere i danni arrecati al prossimo.
    Ma anche qui, in una società dove il POTERE è una cosa importante, non c’è da stupirsi se qualcuno è disposto a calpestare il vicino pur di arrivarci.
    O no?
    :-)

  8. Hugo Kolion scrive:

    Ciao Giosby

    Deficit affettivo? Chi - se non tu stesso in questa stanza - ha parlato di questo? I numeri reali poi, chi pretende di aver individuato le cause? Io no di certo, ma questo non significa che non posso esprimermi a riguardo. Il tentativo poi, di individuare un carattere nazionale ai confini del razzismo? Qui ti invito ad approfondire la tematica razzismo per forse meglio capire il significato di detta definizione, almeno prima di lasciarti andare a certe affermazioni o allusioni. In sostanza noto che hai dei problemi nel distinguere delle critiche fondate sui fatti, rivolte in questo caso ad una collettività, me compreso, con delle critiche alla tua persona, cosa che però - al contrario di te - non ho fatto.

    Quindi: sei qui a parlarmi di diritti per poi chiedermi l’entrata per dire la mia? A me la cosa non piace affatto, poiché ho pari diritti tuoi nell’esprimere un mio dissenso, anche e sopratutto se contrasta con il tuo. Altrimenti è per niente che combatti, perché solo un confronto di idee ci può fare riflettere ed andare avanti … mentre il diniego di diritto, ovvero questa specie di attacco alla persona con delle allusioni, ma non al pensiero con i fatti, rivolto contro chi ha un’altra opinione, non è altro che saldare l’attuale andazzo. Pensaci su.

    Piuttosto: dimmi cosa ritieni sbagliato, se possibile citando fatti concreti.

  9. giosby scrive:

    Ciao Hugo!
    Come sempre, dialogando con te, il discorso si ingarbuglia.
    Io parlo di deficit affettivo, certo, spiegando che occuparsi di questo tema non significa occuparsi di una eccezione, ma di qualcosa dii molto comune, ancora una volta, purtroppo.
    Mi scuso se non sono molto chiaro.
    Chi ha mai detto che tu non possa esprimerti a riguardo di qualunque cosa? Questa idea è talmente lontana da me che non si capisce proprio come tu possa attribuirmela.
    Libero tuttavia anch’io di dissentire.
    Purché il dialogo sia costruttivo ed ognuno sia disponibile realmente a comprendere e, perché no, ad assumere anche la posizione dell’altro.
    Altrimenti inutile masturbazione ed esibizionismo.
    Siamo disposti, in tutta onestà, a cambiare? Ognuno di noi? Siamo disposti ad ascoltare l’altro? O solo a dimostrare le nostre ragioni?
    Il dialogo tra sordi non porta a nulla e non è interessante.
    P.S. Un punto alla volta, altrimenti ci si ingarbuglia.
    IL TEMA: mai detto che non puoi esprimerti. PUNTO!
    O no?
    :-)

  10. Hugo Kolion scrive:

    Ciao Giosby

    Concordo, infatti: … noi italiani, e i politici in particolar modo, non parliamo e non scriviamo per dire ciò che pensiamo, ma per nasconderlo, o almeno per ovattarlo, in modo da poter essere pronti, all’occorrenza, a dimostrare che non volevamo dire ciò che gli altri hanno creduto di comprendere, ma una cosa diversa, e talvolta opposta … [ di Indro Montanelli ].

    Il voler avere solo ragione anziché ragionare, il produrre il minimo risultato con il massimo sforzo: ed è tale l’elenco di brucianti sconfitte ed umiliazioni - non solo sul piano militare, ideologico o istruttivo - da poter oggi con sicurezza sostenere che chi non ammette l’esito negativo - sempre l’esperienza italiana dall’Unità nazionale ad oggi alla mano - dovuto proprio a questo procedere senza logica, non può minimamente reputarsi intelligente e onesto.

    Italia 2008: quell’enorme limone pieno di succo e polpa, ancora tutto da spremere …

    Gli individui sicuri di sé sono quindi un bene prezioso per la comunità, poiché non si lasciano scoraggiare dalle critiche, ma le sanno accettare senza considerarle un attacco al proprio valore. Infatti, chi sa accettarsi diventa soddisfatto perché vede chiaro in sé stesso e quindi riesce a rendersi conto della realtà, riesce perciò a sviluppare la capacità di convivere pacificamente con altre persone, nonché di accettarle e infine anche sostenerle nei momenti del bisogno. Mentre individui insicuri, ovvero coloro che fanno dipendere il proprio valore dal giudizio altrui, rischiano non solo di farsi reprimere e sfruttare, bensì di diventare anche degli aggressori …

  11. giosby scrive:

    Ciao Hugo!

    Ok!
    secondo punto: il pelo di figa (leggi: il sentimento)
    Per quanto la ragione possa trionfare e dimostrare ciò che è dimostrabile, essa nulla può se non c’è un sentimento, un sentire, un affetto, una passione.
    Resta pertanto aperto il tema: come accedere ai sentimenti che effettivamente possono cambiare le cose?
    Se dovessimo convocare un incontro per esprimere solidarietà ad un popolo oppresso (oggi penso al Tibet, ma di situazioni simili è pieno il mondo…) in una grande città quasi certamente vedremmo accorrere meno gente che a una normale partita di calcio del campionato di serie A.
    Come mai?
    Perché la passione per il calcio è spesso tramandata di padre in figlio, è una passione che suscita emozioni, per quanto legata ad eventi di per sé irrilevanti.
    Invece ai disastri del mondo siamo talmente abituati e assuefatti all’impotenza generale, che essi suscitano la più completa indifferenza.
    Tutt’al più nella Messa della Domenica qualcuno reciterà una omelia in più, tanto per tacitare le nostre coscienze!
    Hai voglia di dimostrare i danni! Ma se non tocchi i sentimenti, se non puoi suscitare un affetto, un’emozione, qualunque appello rimarrà vano!
    Inutile appellarsi a Oratio se Emoardo è in coma profondo!
    O no?
    :-)

  12. Hugo Kolion scrive:

    Ciao Giosby

    Attenzione a non confondere l’etica con verità, ovvero la ragione (del più forte): poiché un mondo etico è utopico, in quanto irrealizzabile oltre che di gran lunga peggiore (vedi il socialismo). La situazione attuale non è altro che il massimo che l’umanità finora ha voluto o saputo realizzare. Solleticare quindi qualche animo ci può ovviamente stare, ma qui subentra l’aspetto individuale: la voglia di migliorare se stessi (… l’Amore e la Fede dall’opera si vede …) e grazie a ciò migliorare nel contempo il mondo attuale, rendendolo non migliore ma certamente meno peggiore.

    Come fare?

    Parmenide fu il primo a sostenere la superiorità dell’interpretazione razionale della realtà a scapito dell’interpretazione soggettiva dei sensi, la quale avrebbe falsato l’oggettività del giudizio. La filosofia di Parmenide rappresenta perciò una sfida radicale al senso comune: se davvero vogliamo rimanere entro il sentiero della verità, dobbiamo affidarci solamente alla ragione, se quindi vi è un contrasto tra verità sensibile e verità di ragione, la verità è quella fondata sulla ragione.

    Aristotele, Il principio di non contraddizione (Traduzione di Emanuele Severino):

    “Forse Aristotele dice una cosa semplice in modo complicato. O forse non siamo più abituati noi a ragionare di queste cose. Ma non è forse vero che una delle principali vittime del nostro tempo è il principio di non contraddizione? E non sarà forse per questo motivo, unito ad una crescente mancanza di sincerità ed eccesso di paura e insicurezza, che non si riesce più a discutere di nulla?”

    In altre parole: sta nella volontà (quell’enorme limone pieno di succo e polpa, ancora tutto da spremere …) dell’individuo a produrre del buono grazie ad un suo intelletto, quindi a scapito degli istinti (impressioni, sensazioni) e a favore della ragione, poiché la plusvalenza non è altro che più buon senso, ovvero più amore (reale) per il mondo che ti circonda.

    Quindi: maggiore è l’impegno e maggiore sarà l’esito finale.

  13. giosby scrive:

    Certo Hugo!
    Maggiore è l’impegno, maggiore sarà il risultato finale!
    Ma allora perché a scuola gli insegnanti non fanno che dire: “potrebbe, ma l’impegno è scarso” ?
    E non abbiamo motivo per non credergli…
    Che cosa motiva gli individui affinché si impegnino? Il cuore o la ragione?
    Perché i nostri adolescenti sono così spesso così distratti a scuola? Non ci sarà per caso un movimento ormonale in ballo? Allora quale ragione opporre alla forza degli ormoni?
    Ma poi…
    Tanto più gli ormoni avranno buon gioco quanto più troveranno terreno fertile nel quale crescere…
    Traduco
    Tanto maggiore sarà l’instabilità emotiva tipica dell’adolescenza quanto maggiore sarà stata la pressione sociale e istituzionale per separare genitori e figli e per ridurre un rapporto d’amore in un misero rapporto economico e di convenienza (”Questa casa non è un albergo…)
    E’ un discorso complesso Hugo! Non pretendo di avere le chiavi in mano della soluzione. Non è un discorso etico. Non affermo che basta dir “tutti uguali” e sistemiamo le cose (l’utopia comunista…)
    Ma affermo soltanto che occuparsi dell’equilibrio emotivo di ognuno di noi, e soprattutto dei nostri ragazzi, è la conditio sine qua non del progresso!
    Non per niente mi sono occupato di psicanalisi nella vita.
    Ma non per affermare che la psicanalisi è più importante dell’ingegneria, soltanto per dire che un ingegnere squilibrato potrebbe costruire ponti traballanti, mentre uno psicanalista, per far bene il suo mestiere, non ha bisogno di conoscere l’ingegneria…
    O no?
    :-)

  14. Hugo Kolion scrive:

    Ciao Giosby

    Prima cosa: la scuola siamo (anche) noi. Perciò: occuparsi - con successo - dell’equilibrio emotivo significa di conseguenza cambiare non solo i parametri di valutazione, bensì anche bonificare un terreno contaminato, altrimenti ogni altra semina non altro potrà che riprodurre i risultati da te evidenziati. L’ingegnere da te menzionato, al contrario dello psicanalista, prima di poter produrre un danno deve riuscire ad eludere una serie di controlli atti proprio a limitare tali danni. Ma non solo, è anche chiaramente identificabile come l’autore di tale atto. Mentre lo psicanalista, può fare e disfare senza (quasi) mai dover pagare le conseguenze, non ultimo per il semplice fatto che il risultato di un suo lavoro è tutt’altro che facile da percepire.

  15. giosby scrive:

    Ciao Hugo!

    Tu scrivi:


    Mentre lo psicanalista, può fare e disfare senza (quasi) mai dover pagare le conseguenze, non ultimo per il semplice fatto che il risultato di un suo lavoro è tutt’altro che facile da percepire.

    Purtroppo quanto affermi è quantomai vero. E sono pienamente convinto che ci sono centinaia di operatori sociali e della salute mentale che non sono affatto utili al benessere sociale e individuale.
    Tuttavia questa impossibilità di misurazione non per questo rende la scienza psicanalitica una NON scienza.
    Anzi, proprio questa difficoltà dovrebbe portare a un maggiore impegno della comunità scientifica a costruire una scienza psicologica seria ed efficace, in grado di contribuire al superamento delle tante difficoltà sociali e individuali.
    E’ il totale che fa la somma.
    Tanti squilibrati, assistiti da tanti ignoranti che cavolo potranno mai combinare?
    Ma l’analisi dei fatti psichici, la psicanalisi, è possibile ed è verificabile scientificamente. I risultati sono sempre e comunque verificabili in modo soggettivo, in parte, ma anche in modo oggettivo (per esempio verificando le riacquisite capacità sociali o lavorative di colui che soffre).
    Difficile per altro concordare con una scienza dove tutti dicono tutto e il contrario di tutto.
    Come è possibile orientarsi?
    Fa fatica chi è nel settore, cosa mai potrà fare l’utente?
    Ma se non troviamo un modo per trovare il nostro equilibrio, delle linee guida affettive ed emotive che ci guidino nell’educazione, continueremo ad avere uomini senza testa e senza cuore in circolazione, e a manovrare le leve del potere!
    O no?
    :-)

  16. Hugo Kolion scrive:

    Ciao Giosby

    Non ho mai detto che la scienza psicoanalitica non sia una scienza. Ritengo tuttavia che la confusione odierna sia dovuta - non solo ma anche - ad una crescente mancanza di sincerità, causa (per citare Severino / Aristotele) negazione del principio di non contraddizione, ovviamente per eludere - in parte o per intero - la responsabilità individuale o collettiva.

    Perciò: vuoi o non vuoi, la strada principale - atta a produrre e migliorare la situazione attuale - rimarrà sempre quella della ragione. E qui la scienza psicoanalitica avrà un bel da fare, o meglio, dovrà mostrarsi capace ad indurre milioni di persone a riporre - nell’unico luogo in cui dovrebbe realmente stare - qualche piede posto contemporaneamente in due o più staffe.

    Una sfida radicale al senso comune, ovvero un invito a non eludere troppo facilmente la realtà, a sradicare le radici della violenza:

    Nella nostra civiltà tutto è diventato fede. Anzi, è ridiventato fede. Gli uomini vivono nella fede da quando stanno sulla terra. “Fede” significa “fiducia”. Ci si fida di qualcuno, quando non si vede e non si sa ciò che egli sa e vede. Ad esempio, quando ci fidiamo di una guida alpina non conosciamo il sentiero lungo il quale saremo da essa condotti; e quando si ha fiducia in un messaggio o in una parola non si vede ciò di cui il messaggio e parola parlano. L’aver fede è un non vedere e un non sapere. E l’apostolo Paolo dice appunto che si ha fede nelle “cose che non appaiono” (non apparentium). Il fedele può quindi ingannarsi. Anzi, è solo il fedele che può ingannarsi. [ “Ma, stiamo dicendo, oggi non esistono altro che fedeli” … Emanuele Severino, Téchne ].

  17. giosby scrive:

    Ciao Hugo!

    io credo che dietro il nostro apparente scontro ci sia in realtà una complementarità.
    Io non ritengo inutile il valore della ragione, solo un demente potrebbe assumere una tale posizione.
    Ritengo tuttavia che la CAUSA di tanta irrazionalità stia nella comune e diffusa incapacità, o meglio la limitata capacità, di sviluppare rapporti d’amore, prima di tutto con il proprio genitore omologo, l’individuo più simile a noi che esista (o è esistito) in circolazione.
    Questa è la base dell’equilibrio personale, la radice da cui la pianta può crescere sana.
    Chiedo perdono se pongo questo assunto alla base del mio discorso, con estrema tranquillità e sicurezza, ma nella mia vita di esperienza e di ricerca ho visto il fenomeno ripetersi tante e tali volte che per me è vero come è vero che c’è il sole o che c’è l’acqua…
    La domanda, a questo punto, è:
    la nostra società sostiene questa crescita o la ostacola in mille modi diversi?
    Ovvia la mia risposta.
    Il fenomeno è soltanto italiano? Purtroppo no!
    Il paragone di Hugo con le civiltà europee più evolute (numeri alla mano) può essere fatto anche con civiltà meno evolute.
    Perché non confrontarsi con Grecia e Portogallo? O con l’Argentina, dove visitando Buenos Aires qualche mese addietro osservavo lunghe file davanti all’anagrafe solo per avere documenti d’identità?
    Intendiamoci: non voglio difendere alcun andazzo né giustificare nulla. Tuttavia un dato interessante è anche quello climatico: maggiori sono le temperature medie minore sembra essere la voglia di lavorare…
    Una banalità forse, ma certi venti provenienti dall’Africa che ho assaggiato nei miei soggiorni in Sicilia, dove sono nato, toglierebbero la voglia di stare in piedi anche a Sansone…
    O no?
    :-)

  18. Hugo Kolion scrive:

    Ciao Giorgio

    Il confronto ha uno scopo primario: migliorare. Detto questo appare più sensato evolversi, ovvero conseguire un progresso anziché regresso. Tu stesso evidenziando certe carenze affettive hai peraltro seguito la stessa logica. Il clima è certamente un fattore di non poca rilevanza nel conseguire determinati atti, ancor più se pensiamo all’agricoltura o anche solo alla semplice pianta che senz’acqua avrà maggior difficoltà nel crescere. Ovvio quindi, che le zone meno provviste di certe risorse sono anche le più svantaggiate, e di fatto - non a caso - sono anche le più povere del pianeta.

    Qui va aggiunto però, che oggi la tecnica, se impiegata a modo, può risolvere gran parte di questi problemi. Israele fa da esempio. Mentre noi italiani, in ben altre condizioni, siamo tutt’altro che un buon esempio: qui basta menzionare la rete idrica nazionale con perdite medie oltre il 40%. E siccome (altrove) è l’esito finale a fornire l’indicazione sul come uno sa gestire le sue (scarse) risorse, ri-eccoci al paragone con paesi (non a caso) più evoluti del nostro …

    Poiché senza paragoni … nessun progresso.

  19. wlfwhiterabbit scrive:

    È vero che la soluzione ai nostri problemi va costruita con la ragione, ma il problema principale a mio parere è che la stragrande maggioranza degli italiani è addormentata e non vede ad un palmo dal naso; e per svegliarli bisogna agire sul loro cuore, bisogna sfruttarne l’irrazionalità, con un processo che non riesco a immaginare, ma che dovrebbe servire a risvegliarli.

    Non condivido (se l’ho compresa correttamente) l’espressione di Hugo “un mondo etico è utopico, in quanto irrealizzabile oltre che di gran lunga peggiore (vedi il socialismo)”. Io in un mondo etico (purtroppo utopico) sarei meno infelice di adesso. Mi pare banale che la felicità non sia inesorabilmente connessa con il benessere materiale, e quindi credo che in un mondo in cui avessi meno mezzi e ricchezze di quelle attuali, ma etico, starei (utopicamente) meglio.

  20. Hugo Kolion scrive:

    Ciao wlfwhiterabbit

    E’ vero, un mondo non etico in pratica significa mantenere in atto l’eterna lotta per la sopravivenza tra ricchi e poveri del pianeta. Il dilemma, semmai, sta proprio nel fatto che una parte di noi si illude che questo orrore venga meno facendo delle prediche morali: mentre la realtà dei fatti ci fa sapere che mettere in pratica l’opposto, vale a dire operare una equa distribuzione delle risorse energetiche a livello mondiale, per noi ricchi equivale a vivere con appena un quarto delle attuali risorse finora utilizzate nella nostra vita quotidiana.

    In altre parole: se messa in atto - senza prima uscire dalla nostra cultura delle risorse illimitate, ovvero senza prima alterare per intero i nostri modelli economici, culturali e comportamentali - si passerebbe da una riduzione drastica dei consumi alla disoccupazione di massa e infine alla morte per fame.

    Un mondo in frantumi (testo integrale del discorso di Harward nel 1978)
    di Aleksandr Solzhenitsyn

    E’ l’Occidente, e quasi tutti lo riconoscono, a mostrare al mondo intero la via più vantaggiosa di sviluppo economico, perturbata negli ultimi tempi, questo è vero, da un’inflazione caotica. Ma ci sono anche molte persone, in Occidente, che sono insoddisfatte della loro società, la disprezzano o le rimproverano di essere ormai inadeguata al livello di maturazione raggiunto dall’umanità. E questo induce molti a inclinare in direzione della corrente, falsa e pericolosa, del socialismo …

    Nessuno dei presenti, spero, vorrà sospettarmi di aver sviluppato questa parziale critica del sistema occidentale allo scopo di promuovere al suo posto l’idea di socialismo. No, potendomi basare sull’esperienza del paese del socialismo realizzato, non proporrei in nessun caso un’alternativa socialista. Che il socialismo, in generale e in tutte le sue sfumature, sfoci nell’annientamento universale dell’essenza spirituale dell’uomo e nel livellamento dell’umanità nella morte, l’ha mostrato l’accademico Šafarevic nelle profonde analisi storiche, brillantemente argomentate, del suo libro Il socialismo.

    Il mondo è oggi alla vigilia, se non della propria rovina, di una svolta della storia, equivalente per importanza alla svolta dal Medio Evo al Rinascimento; e tal svolta esigerà da noi tutti un impeto spirituale, un’ascesa verso nuove altezze di intendimenti, verso un nuovo livello di vita dove non verrà più consegnata alla maledizione, come nel Medio Evo, la nostra natura fisica, ma neppure verrà, come nell’Era contemporanea, calpestata la nostra natura spirituale. Quest’ascesa è paragonabile al passaggio a un nuovo grado antropologico. E nessuno, sulla Terra, ha altra via d’uscita che questa: andare più in alto.

  21. wlfwhiterabbit scrive:

    Ho letto “il declino del coraggio”. Rimango convinto che se fosse possibile fare la media di tutte le dichiarazioni dei redditi italiane, il risultato non sarebbe male, anche se effettivamente c’è da considerare che in questo modo si riuscirebbero eventualmente a ottenere buone condizioni di vita per tutti gli italiani, sottintendendo lo squilibrio di risorse energetiche al quale hai fatto riferimento. Ho il dubbio che se le disponibilità energetiche venissero suddivise equamente non staremmo troppo male: in fin dei conti se un sacco di gente sopravvive e magari studia utilizzando meno di un decimo della nostra energia, se noi si passasse ad un quarto della disponibilità attuale (che è più del doppio di quello che hanno i poveri) non ce la passeremmo troppo male. Se poi (ormai sono in vena di masturbazione psichica) penso a quanti sprechi sono dovuti solo al consumismo (quante fabbriche, acqua, carburante, produzione di pubblicità) e cesserebbero con il cessare dello stesso, forse davvero ci basta solo uno dei quattro quarti di energia che abbiamo ora.

  22. giosby scrive:

    Caro wlfwhiterabbit,

    dei “se” e dei “ma” son piene le fosse …
    Penso semplicemente che il tempo delle masturbazioni psichiche (l’adolescenza ?) è terminato.
    E’ venuto il momento per l’accoppiamento e la riproduzione.
    Altrimenti come faremo a progredire?

    O no?
    :-)

    http://mondogrillo.net

  23. Hugo Kolion scrive:

    Ciao wlfwhiterabbit

    Non senza prima alterare per intero i nostri modelli comportamentali:

    Emanuele Severino - Che cos’è la tecnica?
    Intervista 5 aprile 1999
    Liceo Classico “Michelangiolo” di Firenze
    da Enciclopedia Multimediale delle Scienze Filosofiche

    La tecnica è l’insieme degli strumenti e delle procedure con i quali gli esseri umani perseguono i loro scopi e costruiscono il loro mondo. Per questo motivo il livello tecnologico è il segno del progresso della civiltà, della qualità della vita materiale, ma anche dei progressi della conoscenza …

    In altre parole qui il cerchio poi si chiude: l’esito finale diventa di conseguenza il parametro di misura, il criterio di giudizio per valutare l’intelligenza dell’uomo alla base di ogni sua azione …

  24. wlfwhiterabbit scrive:

    Concordo che dovremmo cambiare vita in seguito a una ridistribuzione delle risorse, e penso che l’attuale livello del progresso scientifico e tecnologico sia sufficiente per trovare soluzioni al problema di continuare a vivere bene utilizzando un quarto dell’energia che usiamo ora (il tentativo di scrivere sta cosa alla 1:21 non è andato a buon fine…)
    Tornando al tema principale di questo pezzo, una volta d’accordo (se non lo siete ditemelo) sul fatto che vada insegnato agli italiani a giudicare in base ai risultati, e che per riaccendere le volontà (la virilità sparita di cui parla Aleksandr Solzhenitsyn) sia necessario toccare loro il cuore, questi due obbiettivi attraverso quali mezzi andrebbero conseguiti?
    Una ipotesi è di sfruttare la televisione, un’altra ipotesi è passare attraverso la scuola (sono le uniche che mi sono venute. Escludo senza ripensamenti il web perché in italia non è uno strumento di massa, e quindi anche potendo ipoteticamente comandare il web si riuscirebbero ad educare gli internauti, che non sono molti). Forse bisognerebbe agire su tutti e tre i fronti contemporaneamente. In qualunque caso per farlo occorre il potere, il controllo su queste strutture, e per averlo l’unico canale pulito per raggiungerlo è andare al governo. Giusto?

  25. Hugo Kolion scrive:

    Ciao wlfwhiterabbit

    No, a mio parere solo con la lotta “digitale” agli sprechi, per quattro motivi:

    1. Un recupero significa consapevolezza, ovvero imparare a gestire le già e sempre più scarse risorse.

    2. Le risorse recuperate (in Italia circa 1/3 del PIL l’anno) possono essere utilizzate per affrontare i problemi reali.

    3. Dentro questo spreco colossale c’è tutta l’anomalia italiana, quindi anche l’indifferenza più assoluta di una gran parte della popolazione. L’utilità di un recupero di tali risorse è immensa per un paese come il nostro: è il recupero di una cultura secondo natura, parliamo di etica. Significa sostituire la credenza con la sapienza andata persa tanti secoli fa. E soprattutto non significa più semplice protesta (che per me è solo l’eterna fuga da una realtà scomoda, ma pur sempre fatta in casa), bensì cultura civica allo stato puro, il recupero di ciò che una volta fece grande il nostro paese: il buon senso.

    4. I mezzi impiegati i più moderni in assoluto, innescando quindi un recupero digitale che non lascia scampo alcuno:

    I controlli impossibili
    di Maurizio Bonanni

    Nella stanza: Per rimuovere la casta bisogna “affamarla”

    … ai computer, infatti, non sfugge proprio nulla delle operazioni effettuate on - line e la posta certificata (che ha valore assolutamente legale) incastra chiunque alle proprie responsabilità, in quanto un errore sarà pienamente dimostrabile. Mentre chi deve dare risposte (predisponendo atti, provvedimenti, lettere, mandati, eccetera) e ritarda colpevolmente, sarà “stanato” in tempo reale dal sistema. Non solo: alla luce dei risultati acquisiti e certificati, diventa irrilevante e dannoso il meccanismo dei “ruoli” e “livelli”, grazie ai quali oggi lievitano privilegi, prebende e passaggi di livello automatici, indipendentemente dal merito individuale. Ancora: una volta “pesati” i servizi che la P. A. è tenuta a fornire al cittadino, si potrebbero investire notevoli risorse “fresche” per finanziare i guadagni di produttività e la qualità dei prodotti finali relativi …

    Aggiungo quindi: una sorta di Alesia versus Adua, poiché l’Italia soffre assai di mala gestione.

    Alesia e Adua quindi non a caso nel mio discorso, perché meno grande la differenza tra le due e più saranno risolti i nostri problemi. In poche parole, vanno circondati tutti gli sprechi e poi eliminati uno per uno. Nel mentre la crescita culturale. E per fare ciò bisogna impiegare un mezzo moderno come la rete. La prova tecnico-giuridica il mezzo, alla base di ogni denuncia di spreco, che a sua volta non potrà più venire elusa come si usa spesso fare con delle belle parole davanti agli sportelli. Pensiamoci: la lotta agli sprechi è un denominatore comune a tutti gli italiani e non solo di una parte politica.

    PS:

    Ma sopratutto non necessità urlacci e schiamazzi, né di andare mano in mano con nessuno, poiché detta soluzione consiste nello smuovere alla base TUTTA la corrente culturale dominante in Italia, che in passato come nel presente si è sempre mostrata assai efficace nell’opporsi ai meccanismi di selezione competitiva.

  26. wlfwhiterabbit scrive:

    Sono d’accordo con la lotta digitale agli sprechi. Non condivido la privatizzazione della sanità perché vi intravvedo un possibile futuro dove se sei troppo povero non ti curano. Non è forse possibile implementare il meccanismo della produttività in un ente statale? A parole non mi pare impossibile.
    La ricetta +privati -stato che dovrebbe significare un aumento forzato della produttività di tutti i lavoratori mi piace, ma con limiti irrinunciabili: ad esempio la suddetta sanità, oppure non posso accettare che sia prerogativa della Telecom coprire totalmente o meno l’Italia con l’Adsl, perché così ad una scelta dell’azienda (di non coprire certe zone) può conseguire il non rispetto del diritto all’informazione dei cittadini.
    Negli U.S.A. dove la pressione fiscale suppongo sia sensibilmente inferiore alla nostra e lo stato offre meno servizi che da noi, e lo stato non spreca come qui, il debito è alle stelle perché lo stato finanzia in maniera incredibile l’esercito, quindi oltre a tagliare gli sprechi “distribuiti” tipo privilegi ai funzionari e dipendenti P.A. fannulloni, bisogna tagliare gli sprechi concentrati in investimenti sbagliati.
    In uno stato che deve restare il più possibile avulso dai commerci, in modo che i servizi vengano offerti dai privati, che sono obbligati alla produttività, non può essere eleggibile chi abbia un rilevante ruolo nel mondo dei commerci, perché gli si darebbe la possibilità di legiferare in modo che lo stato entri nel gioco dei commerci e favorisca la sua posizione.
    L’informazione non può subire censure. Questo concetto è importante che tutti i cittadini lo condividano e siano pronti a sostenerlo, altrimenti una volta scansato il pericolo di una censura statale interviene il pericolo di censura attraverso la querela, e non deve accadere che qualcuno venga condannato né dai cittadini né da un tribunale per un pezzo satirico o per altra libera espressione.

  27. Hopkins scrive:

    mah.

  28. Hopkins scrive:

    non è possibile un riassunto?

  29. Hopkins scrive:

    La sintesi è la virtù.

  30. Hugo Kolion scrive:

    Ri-ciao wlfwhiterabbit

    In Italia le privatizzazioni non potranno mai avere l’effetto desiderato, non finché non verrà bonificato il terreno, ovvero il malcostume vigente. Altrimenti è come seminare sull’asfalto. E, infatti, finora così è stato.

    Riguardo ai paragoni, esempio con gli americani: vero che lì lo stato interferisce molto meno ma non per questo hanno meno servizi in termini qualitativi (l’unica misura che conta).

    Riguardo ai privati coinvolti nella gestione politica, la Svizzera fa da ottimo esempio, si pensi già solo ai consiglieri comunali in buona parte professionisti in conto proprio. Motivo: l’esperienza acquisita in campo professionale messa a disposizione di tutta la comunità. Andazzi o sprechi? Molto meno che da noi, poiché ci sono dei controlli periodici assai rigidi nonché una gestione della cosa pubblica pressoché trasparente, quindi alla saputa del cittadino.

    Infine la censura: l’emarginazione del merito è senz’altro quella peggiore. Seguono poi i mille pregiudizi dovuti alla semplice ignoranza per pigrizia, la peggiore delle malattie … e alla fine ci metterei il fatto che democrazia non può solo significare poter dire tutto, bensì solo nel limite delle regole, altrimenti ci ritroviamo poi tutti nel paese dei balocchi …

  31. wlfwhiterabbit scrive:

    Per permettere la trasparenza nella gestione della cosa pubblica (gestita digitalmente per evitare sprechi) diventa fondamentale un’alfabetizzazione informatica e l’insegnamento di una cultura della trasparenza, due compiti per la scuola.

    La televisione è il mezzo perfetto per addomesticare una nazione come la nostra, dove la stragrande maggioranza dei telespettatori si beve tutto ciò che arriva dal piccolo schermo (veramente tutto l’occidente soffre di questo problema). Con la televisione è possibile dire alla gente cosa pensare, ma, per la natura unidirezionale del mezzo, non è possibile insegnar loro a pensare autonomamente. La televisione è un mezzo pericoloso perché con essa è facile imbonire una intera nazione, e non è utilizzabile per ottenere lo scopo opposto. Io la abolirei senza troppe remore. Si potrebbero così usare le frequenze televisive per coprire tutta l’italia con connessioni wireless (bisogna prima sviluppare la tecnologia necessaria, non molta a dir la verità). Anche perché in uno scenario di questo tipo fiorirebbero le webtv (magari in streaming), sulle quali si potrebbero trasferire anche i vecchi operatori senza troppi problemi.

    Dopo aver riformato la scuola (con professori che insegnano l’amore per lo studio e la conoscenza, non la paura della bocciatura), la pubblica amministrazione, dopo aver privatizzato il privatizzabile e fatto evolvere il mondo dei media, avremo debellato il malcostume? Avremo formato degli uomini nuovi e migliori?

  32. Hugo Kolion scrive:

    Ciao wlfwhiterabbit

    No affatto e l’ho scritto nella seconda parte, il coraggio di affrontare la realtà: la scuola è inadatta poiché ha un’errata visione dell’intelligenza, cosa di non poco conto. Da noi in Italia, la facoltà intellettiva non è mai stata l’elemento fondante per ottenere risultati buoni, bensì semplice riflessione priva di pretesa di veridicità, e di conseguenza non soggetta agli stessi parametri di misura o verifica vigenti in paesi più evoluti del nostro.

    In altre parole, la scuola fa parte della corrente culturale dominante in Italia, che in passato come nel presente si è sempre distinta nell’opporsi ai meccanismi di selezione competitiva: vedi l’Indagine Pisa 2006. Riprendendo quindi il discorso Alesia: il problema va circondato, nessuna via di fuga, scuola inclusa.

  33. Hopkins scrive:

    “a noi in Italia, la facoltà intellettiva non è mai stata l’elemento fondante per ottenere risultati buoni” , mah, generalizzazioni come queste si autodelegittimano, a mio avviso. Se ne potrebbero conoscere le basi?

  34. Hugo Kolion scrive:

    Ciao Hopkins

    Certo ! Se vai a leggere la seconda parte - Innescare la rinascita italiana II - Il coraggio di affrontare la realtà - troverai le risposte alla tua domanda.

    Aggiungo inoltre i numeri della nostra scuola: Miti e realtà della scuola italiana

    In molti paesi sviluppati, dagli Stati Uniti alla Germania, è in corso un dibattito profondo sul futuro della scuola. In Italia, invece, si parla molto di alcune vicende specifiche, come i buoni per la scuola privata decisi da alcune Regioni, ma manca un dibattito a tutto campo su come vogliamo che l’istruzione evolva nei prossimi decenni …

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